Le parole della propaganda

In un periodo di guerra come questo che stiamo vivendo torna con più forza il tema della propaganda, cioè quel particolare tipo di comunicazione che tende a influenzare l’opinione pubblica plasmando la percezione della realtà. 

Ciò che mi interessa sottolineare è quanto attraverso operazioni tutto sommato semplici e apparentemente innocue, come la scelta di un particolare termine o di una particolare immagine, la propaganda riesca a manipolarci e alla fine a modificare il nostro comportamento su un dato argomento, spesso operando sotto traccia e passando pertanto del tutto inosservata, cosa che la rende ancora più potente e subdola.

Lo stimolo per parlare di questo argomento me l’ha dato l’uso, che è salito alla ribalta soprattutto nei primi giorni di questa invasione dell’Ucraina, di una parola che è spesso associata a quella che è la nostra idea, l’idea occidentale, di Russia, ovvero oligarchia.

Abbiamo spesso sentito parlare di oligarchi russi e questa coppia di termini ha assunto una connotazione particolarmente negativa e, nell’immaginario collettivo, tipicamente Russa. 

Ma se ci prendiamo il tempo per riflettere, ci accorgiamo che oligarchia, termine che indica una forma di governo dove il potere è nelle mani di pochi, e che magari questi pochi sono persone particolarmente ricche rispetto alla grande maggioranza della popolazione, non è certo un fenomeno unicamente collegato alla Russia. Vogliamo forse credere che in occidente gli oligarchi non esistono o che il potere è nelle mani di tanti, o addirittura di tutti? 

Sì certo, tra dittature e democrazie c’è una differenza sostanziale di impianto, ma non è questo il mio punto pertanto lascio le considerazioni in merito a ciascuno di voi. Ciò che invece mi preme osservare è che l’uso della coppia di termini “oligarchi + russi” è una forma di propaganda operata dal mondo occidentale per esprimere un giudizio negativo nei confronti di una potenza nemica o quantomeno distante, diversa, o che insomma non rientra nella sfera dei nostri alleati. Sembrebbe cioè che i ricchi russi sono oligarchi, mentre i ricchi occidentali sono imprenditori, in una sorta di dicotomia tra buoni e cattivi, dove la figura dell’imprenditore che lavora e costruisce un impero economico è positiva, in opposizione a quella dell’oligarca che grazie alla sua ricchezza modifica i piani del governo e fa i propri interessi. Peraltro la ricchezza dell’oligarca è quasi sempre immeritata o conquistata con mezzi illeciti, perché questi sono aspetti collegati all’immaginario dell’oligarchia russa e non appunto ottenuti col duro lavoro come il magnate occidentale.

Fig. 1 – James M. Flagg, Tell That to the Marines, 1918

Cercare di associare caratteristiche negative ai propri nemici non è certo una novità. Durante la seconda guerra mondiale gli americani chiamavano Unni i tedeschi, per convincere l’opinione pubblica sulla necessità di intervenire in guerra contro un nemico tanto barbaro e feroce. In questo manifesto ad esempio (Fig. 1) leggiamo che gli Unni, il popolo del celebre Attila, uccidono donne e bambini. Il fatto di essere Unni li rende, proprio a causa degli sterotipi, crudeli e senza pietà, ed evoca un mondo non ancora civilizzato in senso moderno.

Fig. 2 – Harry Hopps, Destroy this Mad Brute, 1917

In un altro manifesto (Fig. 2) per arruolare soldati alla guerra il governo americano ha trasformato il nemico, la Germania di Hitler, in un mostro scimmiesco, una creatura che evoca – ancora più degli Unni – uno stato evolutivo precedente a quello umano, quindi ancora peggiore. E vedete come questo scimmione che ha in testa l’elmo del militarismo e impugna una clava per imporre la propria concezione di cultura in una scia di sangue, ha lasciato alle sue spalle un’Europa in macerie, che trasporta in braccio in un’impersonificazione, rapita e probabilmente persino stuprata, e infine, non soddisfatto di tutto questo, ha attraversato l’Oceano per proseguire la sua opera in America, che sta già calpestando. Il messaggio finale è “arruolati per fermare questo mostro”.

Ma la propaganda di testo e immagini non avviene solamente durante i periodi di guerra. Potremmo dire che essa risale almeno fino ai tempi della costruzione dell’immagine dell’Impero Romano operata da Ottaviano Augusto, ma potremmo persino risalire ancora più indietro nel tempo. Non voglio adesso spingermi così lontano, credo che l’importante sia comprendere come la propaganda, con tecniche e strumenti diversi, è una forma di comunicazione sempre esistita nelle società umane, e che in periodi di pace essa assume obiettivi e forme diverse.

Tornando a epoche più recenti un altro termine che a mio avviso è intriso di propaganda è anarchia. Nel caso di anarchia la propaganda opera per rovesciare il reale significato di questo termine che in molti ritengono essere un sinonimo di caos, di assenza di regole, ed evoca civiltà distrutte e allo sbando. In realtà il modo migliore per capire il significato della parola anarchia è comprendere il suo contrario, che è gerarchia. L’anarchia quindi sarebbe una dottrina che opera per ridurre al minimo il potere centralizzato e la verticalizzazione della suddivisione sociale, a fronte di una sua più democratica orizzontalità. Chi è che può volere associare alla parola anarchia accezioni esclusivamente negative? Ma ovviamente chi si trova ai vertici della gerachia. Ed ecco che capiamo chi sia a proporre questo tipo di propaganda.

Fig. 3 – Privat Livemon, La masque anarchiste, 1897

Già nella Parigi di fine Ottocento un manifesto (Fig. 3) dipingeva l’anarchico come uno spietato assassino che munito di un’accetta non esita a uccidere una giovane dai capelli rossi, lasciando dietro di sè una scia di sangue e cadaveri. Il messaggio suggerito è evidente: gli anarchici sono persone pericolose, uccideranno le nostre figlie indifese e, per estensione, uccideranno tutto ciò che di bello abbiamo oggi. Inoltre notiamo come l’anarchico assassino abbia le vesti di un operaio, ma non un operaio qualsiasi, un immigrato con basco e baffi, quindi probabilmente, secondo gli stereotipi dell’epoca, uno spagnolo o forse un italiano, con l’obiettivo di scaricare la colpa sugli stranieri. A ben guardare, questo immigrato operaio e anarchico sembra proprio Mario Bros… (Fig. 5)

Fig. 5 – Mario Bros di Nintendo

Un altro risultato che la propaganda ottiene con le parole è quello di nascondere il loro significato originale, cucendogli addosso una nuova narrazione, un vestito diverso per tempi che cambiano. Pensiamo alla parola bikini. Per la maggior parte di noi il bikini è semplicemente un costume da bagno particolarmente succinto entrato nella moda attorno al 1946, nell’immediato dopoguerra. Un abito sexy, che mette in mostra il corpo femminile e che se vogliamo può evocare solo immagini piacevoli. Perché il mondo in realtà è tutto molto bello e patinato. Ma ovviamente non è così. In realtà Bikini è un atollo dell’oceano pacifico dove durante gli anni Quaranta gli americani testarono gli effetti delle bombe nucleari. Ricorderete che nell’estate del 1945, l’estate prima dell’entrata in scena del “bikini costume succinto”, gli americani avevano sganciato bombe atomiche prima su Hiroshima e dopo pochi giorni su Nagasaki, con effetti devastanti. Quindi l’associazione tra Bikini, isole degli esperimenti nucleari, e Bikini, il costume da bagno, starebbe nel fatto che questo costume ha effetti dirompenti, come una bomba atomica. Ma quale sarebbe quindi il messaggio? Che la bomba atomica è una cosa incredibile e meravigliosa, persino sexy?

Fig. 6 – Gilda

Pensiamo al fatto che atomico è una parola usata in quegli anni come una sorta di superlativo di buono. È ottimo? No è atomico. Rita Hayworth in questa locandina (Fig. 6) del film Gilda viene presentata come vedette atomique, una diva atomica, evidentemente sinonimo di donna bellissima. Insomma, la propaganda sembra dire: pensate alle belle ragazze che abbiamo e dimenticate che per convincere il Giappone ad arrendersi abbiamo distrutto due città. Pensate solo alle cose belle!